agosto 6, 2011 § 2 commenti

 

Tiruvannamalai

febbraio 3, 2011 § Lascia un commento

febbraio 2, 2011 § Lascia un commento

Arunachala, 1 febbraio 2011

febbraio 1, 2011 § Lascia un commento

Non si arrabbiava mai. La vedeva ogni giorno, seduta sugli scalini a giocare da sola. La polvere che si alzava ogni volta che passava una macchina le finiva sui capelli spessi e lei neanche se ne accorgeva. I suoi fratelli, tutti più grandi, a volte le tiravano sassi, altre volte le tiravano i capelli. Una volta le avevano tirato una scarpa. Lei l’aveva raccolta e ci aveva fatto una casa per una lumaca che aveva perso la chiocciola.  Ma certe decisioni non si possono prendere a nome di altre creature, e se si può scegliere, perché scegliere di vivere dentro una scarpa? E, infatti, la lumaca non ci era rimasta a lungo, lui aveva controllato. Ma la bambina non si era arrabbiata neanche quella volta. Lo salutava tutte le mattine: gli faceva un saluto speciale, piegando solo la punta delle dita di una mano, poi tornava a giocare con dei barattoli vuoti, nei quali cercava di intrappolare grosse formiche spaesate. Lui non parlava mai con nessuno perché non era sicuro di riuscire a mettere le parole nell’ordine giusto: se gli facevano una domanda, rispondeva con cenni del capo, evitando complicazioni tipo parole o frasi. Così era molto più semplice. Quindi si ritrovò del tutto spiazzato quando un giorno, passandole di fianco, lei gli domandò: “Cos’hai portato?” Due galline, che lui aveva abbattuto quella mattina e che aveva subito portato alla madre della bambina, il corpo ancora caldo sotto le penne lucide. Avrebbe voluto dirle ‘Due galline’, ma non ci riuscì. Il panico gli strinse la gola, non potendo rispondere semplicemente sì o no col capo. Si fermò in silenzio a guardarla. La situazione precipitò quando la bambina gli pose un quesito ancora più arcano: “Secondo te è peggio trovare le uova in un nido caduto da un albero o trovare un uccellino che è stato lasciato su un ramo e che non riesce a volare?” Rimase a osservalo, attendendo una risposta. Con le mani nascoste dietro la schiena, lui si morse le labbra e si strinse nelle spalle, cercando di pensare a cosa fare, se scappare o fare finta di non averla sentita. Ma la bambina corrucciò lo sguardo e affermò: “Anche secondo me. Sono peggio tutte e due.” E tornò a versare terriccio in un contenitore di plastica. Il peso che l’aveva schiacciato si sollevò di colpo, e lui riprese a respirare con ritmo pressoché normale. Si voltò e s’incamminò giù per il sentiero stretto che lo riportava a casa, spostando il fogliame spesso per farsi strada; ma alla bambina non scappavano i dettagli importanti, ed era rimasta a guardarlo mentre lui spariva inghiottito dalla vegetazione. Si era alzata e si era avvicinata alla radura, per assicurarsi di aver visto bene: sì, aveva visto bene. Era così. Come aveva fatto a non notarlo subito? Un sasso la colpì al ginocchio. Si voltò e vide uno dei suoi fratelli, che già si preparava a lanciarne un altro. “Tu non sai cosa ho visto io” gli disse, e quello si fermò con la mano a mezz’aria. “Dimmelo.” “No. Sei troppo stupido.” “Dimmelo.” “No. Ma se vuoi vederlo, rimani qui con me domani”. E il fratello, che era un poco stupido davvero, le lanciò un altro sasso addosso, ma si accovacciò di fianco a lei. Si ripromise di rimanere lì tutta la notte per non perdersi quello che lei avrebbe rivelato. Ma quando giunse l’alba, la sua stupidità lo catturò in un altro giorno di giochi giù al ruscello, e ancora una volta la bambina sedette sui gradini da sola, osservando le lucertole spostarsi a scatti sul muro. E finalmente lui arrivò, questa volta portando uova fresche: le gettò addosso un’occhiata veloce, ma fu abbastanza per invitarla a parlare. “Fammi vedere la mano” asserì lei. Esitò. Poiché la cosa non comportava l’uso di parole, decise che, tutto sommato, non aveva nulla da perdere. Cautamente, cercando di non far cascare le uova, le mostrò la mano. Le sopracciglia della bambina si arcuarono, la sorpresa palese nel suo sguardo. Lentamente, lei gli sfiorò la mano, toccando là dove il suo dito medio era appiccicato all’anulare, creando un grosso dito unico e del tutto inutile. Ma era nato così e ci era abituato. La bambina sussurrò: “Sei un uomo coniglio?” Solitamente non aveva dubbi nel rispondere sì o no col capo, ma quella volta rimase immobile a osservare lo stupore negli occhi della bambina. Lei indicò nuovamente le sue dita. “Sono come le orecchie di un coniglio.” Soddisfatta, tornò al suo gioco. Ma quando, dopo aver consegnato le uova, lui le passò di nuovo di fianco, lei lo salutò: “A domani, signor Rabbit.” Quella sera, quando i suoi fratelli tornarono, quello stupido si ricordò della promessa della sorella. “Va bene. Puoi vederlo domani, se torna”. “Ma sei sicura che tornerà?” “Certo. Siamo amici. Io conosco il suo segreto e lui si fida di me”. Lo stupido annuì, e quando uno degli altri fratelli tirò la treccia alla sorella, lui gli diede un pugno sulla schiena. Poi le sorrise. “Sei stupido lo stesso” gli disse lei, ma si sentì contenta del fatto che il giorno dopo avrebbe avuto compagnia mentre aspettava l’arrivo del suo amico uomo-coniglio. (Rabbit di Sara Bovolenta)

SARA BOVOLENTA è nata a Milano, dove ha vissuto fino all’età di 19 anni. Si è poi trasferita in Inghilterra, dove ha studiato alla Mountview Academy of Theatre Arts, dove ha ottenuto una laurea in arti drammatiche. Ha poi studiato scrittura per il cinema alla New York Film Academy di New York. I suoi scritti hanno vinto diversi premi e menzioni in Italia, Australia e Stati Uniti. Il suo primo romanzo ‘I Boschi dell’Odio’ sarà pubblicato a fine ottobre da Foschi Editore (http://www.foschieditore.com/scheda.php?id=224).

gennaio 31, 2011 § Lascia un commento

Tiruvannamalai, 31 gennaio 2011

Pondicherry

gennaio 25, 2011 § Lascia un commento

gennaio 24, 2011 § Lascia un commento

Pondicherry, 24 gennaio 2011