gennaio 20, 2011 § Lascia un commento

Pondicherry, 20 gennaio 2011

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gennaio 19, 2011 § Lascia un commento

Mi sei stata a guardare da un pò. Non so quantificare il tempo come fate voi, ma ho sentito svariate volte le onde infrangersi sulla riva, il vento umido di salsedine arruffarmi lieve il pelo, e il grido del venditore farsi più vicino. Di sicuro tu penserai che io stia dormendo, profondamente. Invece ho imparato a restare sempre un pò all’erta, mentre le mie zampe stanche affondano nella sabbia tiepida e il mio corpo acciambellato si fa pesante. Anche quando la notte scende buia, a portarsi via il brusio di tanta umanità affaccendata, ricoprendo tutto come un sari spesso e scuro, una piccola parte di me non si abbandona mai completamente, ma rimane sospesa e attenta ad ogni vago scricchiolio, al tenue battito d’ali di una falena, ai rumori lontani trasportati dal vento. Non è sempre stato così. Ricordo ancora il caldo buono della mia mamma, quando, piccolissimo, mi facevo largo tra le zampette e le code tremanti dei miei fratelli, per annegarmi in quella sicurezza morbida, che sapeva di latte e polvere di curcuma. Ero al sicuro, allora. Potevo scivolare in un sonno profondo, dove lontano, ovattato, ma costante, percepivo il battito del cuore di mia madre, l’agitarsi ritmico del suo respiro, e i mugolii dei miei fratelli, anch’essi persi in un sogno. E poi ricordo lei, la bambina dai capelli neri e dagli occhi grandi e scuri. Mi prendeva tra le sue esili braccia e mi teneva stretto, raccontandomi storie che non capivo, mentre i suoi monili d’oro tintinnavano al sole, e io le leccavo il viso e le mani, annusando quell’odore incancellabile di cumino e chiodi di garofano. Quanti pomeriggi abbiamo passato assieme, a rincorrerci nel pulviscolo dorato di un tramonto, le nostre ombre che si allungavano sulla strada e ci precedevano nel cortile. E’ passato tanto tempo, tanto che ho persino dimenticato il nome che mi aveva dato. Non saprei come tornare in quel cortile a raspare alla sua porta, anche se seguissi piste lontane, tra campi di spezie e piantagioni di riso. Sarà cresciuta anche lei, magari mi avrà dimenticato. Non sono mai riuscito a capire cosa sia accaduto veramente, e perché. Una notte, mentre dormivo ai piedi del suo giaciglio, qualcuno mi aveva afferrato con forza e infilato in un sacco di tela. Tutto era avvenuto in modo così repentino, da non darmi il tempo di emettere un latrato né di vedere chi fosse stato ad agguantarmi. Nel buio di quel sacco sentivo solo il cuore battermi all’impazzata ed un terrore paralizzante, che mi prosciugava le fauci. Poi, erano seguiti i sussulti di un viaggio ignoto: rumore di motore e pietrisco sulla strada sterrata; infine, il sacco aveva improvvisamente compiuto una capriola buia, e nelle mie orecchie, attraverso il tessuto che mi imprigionava, si era insinuato un sibilo d’aria fredda. La traiettoria sbilenca si era conclusa con un impatto doloroso, ma non troppo. Ero riuscito a liberarmi della mia prigione di tela e l’aria della notte mi invadeva prepotente le narici. Sopra di me, i margini di una scarpata ed un cielo muto, rammendato qual e là da stelle sbiadite. Annaspando, avevo raggiunto la strada, ma non si vedevano case né lumi in lontananza. Non sapevo dov’ero, ma comprendevo che iniziava per me una vita nuova, diversa, senza madre, senza padrone. Non avrei più rivisto la bambina dagli occhi grandi e scuri: ero solo. Il dolore del distacco e della caduta mi fecero ululare per lungo tempo nella notte senza luna. Da quella notte ho camminato per giorni e giorni, lungo le strade l’aroma pungente del pepe e quello dolce dell’edichio. Non è facile essere alla mercè di se stessi. E, quando ad un’anima non è concesso di ritornare nel corpo di un cane, allora nascere tale significa spesso essere meno di un’ombra, che calpesta la polvere e non merita favori. Ho attraversato villaggi, in cerca di un po’ d’acqua e qualche avanzo di cibo. Ora so davvero apprezzare, con occhi umidi di gratitudine, l’ombra di un albero solitario, la frescura delle piogge e delle pozzanghere, il sollievo del vento che agita le piante di riso, la carezza occasionale di qualche umano pietoso. Un giorno sono arrivato qui e ho scelto di restare, come a suo tempo lo fece un saggio e santo uomo, che molti seguaci ed insegnamenti ha lasciato dietro di sé. In questa città si respira un’aria diversa e ognuno ci arriva per caso o determinazione, seguendo scie di incenso e strade trafficate, rispondendo ad un istinto inspiegabile o ad una chiamata interiore. Mi piace questa spiaggia, è un luogo di cui mi posso fidare. Ascolto il sussurro del vento e mi lascio cullare dal tramestio del mare. Tendo l’orecchio alle voci degli avventori, socchiudo un occhio per scrutarti ancora. Ed è nel tacito svolgersi di quest’incontro che ci mostriamo interamente, senza paura, o, forse, insieme ad essa; imparando ad accorgerci di quello che c’è, ci inoltriamo timidamente in ciò che non si conosce. Perche’ la vita e’ vita, in un gatto, in un cane o un uomo. (La vita è vita di Claudia Colia)

CLAUDIA COLIA, dopo essersi laureata in Storia dell’Arte presso la Sapienza di Roma, nel 2005 consegue il Master in Contemporary Art Theory alla Goldsmiths University di Londra. Si occupa di scrittura, critica e didattica dell’arte e collabora con diverse istituzioni museali londinesi. Dal 2006, fa parte della redazione della rivista Cultframe, testata giornalistica sulle arti visive contemporanee.

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